Silena Santoni racconta la sua Mary Shelley

Silena Santoni racconta la sua Mary Shelley

Silena Santoni torna in libreria con La mia creatura, dedicato alla figura di Mary Shelley, autrice di Frankenstein - un caso letterario alla sua uscita nel 1818, un classico intramontabile a più di due secoli di distanza.

 

Abbiamo chiesto a Silena Santoni di parlarcene.

 

La mia creatura: una biografia o un romanzo?


La mia creatura non è una biografia. È un romanzo. Anche se si ispira alla vita di Mary Shelley, realtà e fantasia sono strettamente intrecciate, tanto che non è facile distinguere l’una dall’altra. Tutta la storia ruota intorno a un’invenzione narrativa, un evento di pura immaginazione, che la fa slittare verso il racconto gotico, il genere letterario in voga nei primi anni dell’Ottocento, l’epoca in cui si svolge la vicenda.

 

Come ti sei documentata per scriverlo?

 

Mary Shelley è un personaggio molto famoso, basti pensare alle riduzioni teatrali e ai film, anche in versione comica, tratti dalla sua opera principale. Le biografie su di lei sono numerosissime, ho attinto ad alcune di esse e le ho messe a confronto. È stato interessante poi documentarmi sui personaggi che le ruotano intorno, la sorellastra Claire, il marito Percy Shelley, l’amico Lord Byron, un cenacolo di intellettuali geniali quanto anticonformisti, e sul pensiero e i costumi dell’epoca. Si tratta del periodo, che in Inghilterra è detto Regency, che va dalla fine della Rivoluzione francese e delle conquiste napoleoniche all’età Vittoriana, denso di contraddizioni e di cambiamenti.

 

Ci racconti cosa ti ha colpito maggiormente della figura di questa scrittrice?

 

Di questa donna mi hanno colpito l’intensità e la drammaticità della vita; la seguo nel mio romanzo dalla nascita ai ventiquattro anni, età in cui resta vedova. In questo breve lasso di tempo fa esperienze che una persona comune difficilmente vive in un’intera esistenza: viaggi, incontri stimolanti, ma anche gravi lutti. Orfana di madre dalla nascita, perde quattro figli nel giro di poco tempo, assiste alla morte della sorella e del marito. Tutto questo confluirà nel suo capolavoro, Frankenstein che scrisse, appena diciannovenne, durante un soggiorno in Svizzera, a Villa Diodati, quando lei e la sua famiglia erano ospiti di Lord Byron.

 

In quale ambiente culturale si muove Mary Shelley?

 

Di sicuro l’ambiente in cui nasce e cresce è di grande rilevanza per la sua formazione culturale. Il padre di Mary è William Godwin, filosofo, scrittore, pensatore libertario, la madre Mary Wollstonecraft, anche lei filosofa e scrittrice, considerata la fondatrice del femminismo liberale. A quattro anni la bambina sa leggere e scrivere perfettamente, è ammessa alle conversazioni dotte che si tengono nello studio paterno, frequentato da scienziati e poeti del calibro di Coleridge, Wordsworth e Taylor; per lei si ipotizza un futuro da scrittrice. Sposa un poeta, frequenta gli intellettuali dell’epoca. Eppure, a ben guardare, resta una giovane, fragile donna che, come la strana creatura del dottor Frankenstein, anela principalmente all’amore.

 

Per te che sei una scrittrice, come è stato accostarti alla vita e al racconto del processo creativo di Mary Shelley?

 

Per lo scrittore ogni suo romanzo è una creatura, una sorta di figlio che costa lacrime e sangue, destinatario di gioie, dolori, aspettative. Ho cercato di immaginare lo stato d’animo di questa giovane donna di fronte alla pagina bianca che va riempita: le ansie, la frustrazione, la fatica e poi l’entusiasmo, la soddisfazione nel vedere che la storia, quasi miracolosamente, prende forma. Sensazioni familiari a chiunque tenti l’avventura della scrittura. Per Mary scrivere non è solo soddisfare le aspettative paterne, non è solo la realizzazione di un sogno; è uno strumento di riscatto e di emancipazione in un’epoca in cui la donna era relegata a un ruolo di secondo piano. E nell’eterna domanda che ognuno di noi si pone, perché sono venuto al mondo? è anche il modo per dare un senso alla sua esistenza.

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