Anime Azzurre

Il romanzo di chi ama le Dolomiti

Una vita passata a una quota precisa: 2000 metri sopra il livello del mare. Senza vederlo mai, l'oceano. Le città degli uomini. I mondi di fuori. Sullo sfondo di una val Badia mezza reale e mezza immaginata, questa storia risponde a una sola domanda: come si fa ad appartenere veramente a qualcosa?

La trama, tutta.

I pascoli e i boschi, la roccia che si staglia contro l’azzurro del cielo: la val Badia è un luogo dove il tempo sembra fermarsi. Johann ha appena compiuto diciassette anni, lavora nel rifugio del signor Hofer e l’unica sua finestra sul mondo sono i film che noleggia in un negozio di Corvara, perché da quella valle incantata non è mai uscito. Le montagne che ama e che da ogni lato chiudono l’orizzonte cominciano a diventare per lui una sfida, il costante richiamo verso ciò che sta oltre. I grattacieli, le strade brulicanti, il mare aperto: New York è la città delle infinite possibilità, fino a che un aereo si schianta contro le Torri gemelle e Alicia perde tutto. Per questo viene mandata lontano, in un rifugio nel cuore delle Dolomiti dove il dolore non possa raggiungerla. È qui che le storie di Alicia e di Johann si incontrano: in alta quota, dove il cuore accelera e manca il respiro.

Dove due creature che a valle non si sarebbero mai sfiorate possono trovare il silenzio giusto per ascoltarsi e scoprirsi diversissime eppure vicine, tese verso l’alto – anime azzurre. Ma in montagna, si sa, il cammino non è mai lineare; per il passato e il futuro forse vale la stessa ammonizione che accompagna la misteriosa serratura del signor Hofer: Devi chiudermi per aprirmi. Sullo sfondo di una natura incantevole eppure inquietante, che con le sue ombre e i suoi venti impetuosi echeggia i sentimenti dei protagonisti, Alessandro Botteon racconta la vita di una piccola comunità capace di serbare ricordi e leggende ma anche di intrappolare i suoi figli nella morsa di stagioni sempre uguali. Anime azzurre è così un magnifico romanzo di formazione e un canto d’amore per i luoghi attraverso i quali cresciamo e ai quali, nella gioia e nel dolore, non possiamo fare a meno di somigliare.

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Uno tra i romanzi più belli che
ho letto quest'anno

Andrea C.

Lettore, Recensione da Facebook

L'autore

Alessandro Botteon è nato nel 1992 ed è originario di Trento. Ha lavorato per Google dove per anni ha aiutato a crescere start-up made in Italy, oggi guida un’azienda tech che si occupa di cultura e intelligenza artificiale. Vive tra la California, l’Italia e il mondo.

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Più che letto l’ho praticamente “assimilato”, durante la lettura mi ha creato una sorta di dipendenza. Lo porto con me nel cuore.

Francesco P.

Lettore, Recensione da Facebook

È una poesia. Ti entra nell’anima.

Roberta T.

L’ho appena cominciato e non riesco a staccarmi dalle pagine!

Francesco M.

Lo sto leggendo. Erano tanti anni che non leggevo finalmente un libro così delicato e forte, con una capacità descrittiva di sentimenti e natura che si completano. Unica.

Lucia P.

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La Storia

1.

Verso la fine del 2001, mentre le televisioni di tutto il mondo si sintonizzavano su due torri che smettevano di essere torri, nell’alta val Badia, una delle punte più estreme del Nord Italia, cadeva una pigna.

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2.

Johann la raccolse, soppesandola tra le dita. Poi alzò lo sguardo e la valle intera gli si aprì negli occhi castani. Alle sue spalle l’ultimo sole d’estate cadeva, nascosto dalla vetta inclinata del Piz Boè. Iniziava, nel marrone delle cortecce e nei venti freddi, l’autunno. Johann mosse il bastone e lanciò un urlo grave, pieno di forza. Poco lontano Burg, il cucciolo di pastore belga, corse fino alla testa della mandria. Era l’ultimo giorno di transumanza. Il tratturo declinava lungo i prati verdi e d’oro che, tempo un paio di mesi, sarebbero diventati piste da sci. Al loro limitare, chiuse nelle stalle, le vacche avrebbero riposato per la stagione invernale. Sedendosi ai margini del sentiero mentre la mandria scendeva levando nell’aria suoni di campana, Johann guardò i raggi rossi riflettersi sulla cima affilata del Sassongher. Di colpo, nel fissare quel percorso srotolarsi curva dopo curva fino a valle, provò un brivido. Il peso dei pastori venuti prima di lui, i pastori del Medioevo, i pastori della preistoria, i pastori di altri popoli e di altre lingue, gli arrivò addosso, tutto intero, e allora chiuse gli occhi e pensò all’eternità di quel tragitto che si ripeteva nei millenni, pensò al tempo, non quello delle stagioni ma quello più lungo dei sassi e della Terra e delle montagne, per il quale siamo solo formiche con gli occhi rivolti alle stelle che si chiedono chissà cosa viene oltre e prima e dopo, e che non ci arriveranno mai, a capirlo, e, nobili in quanto coscienti e mortali, vanno avanti e indietro in transumanze più complesse – quelle degli aeroporti, delle porte rotanti dei grattacieli alle otto del mattino, delle autostrade a quattro corsie – ma, alla fine, sono sempre la stessa cosa: gente che va e gente che resta, finché non cade il sole, finché non scende la notte, finché, arrivata alla fine, avrà capito o almeno sfiorato cosa significa vivere veramente la vita.

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3.

Le campane echeggiarono sugli altipiani di Corvara. Johann contò dodici rintocchi nel buio e chiuse il recinto esterno della fattoria. Burg arrivò di corsa, con un entusiasmo contrapposto al silenzio che saliva dalle case tutt’intorno. Abbaiò, e in lontananza qualche cane solitario abbaiò di rimando. Johann alzò la testa al cielo velato di nubi. Quel giorno compiva diciassette anni. Ma, pensò, era solo il calendario a dirlo. Il tempo meccanico dei compleanni, lì, non aveva senso. Gli orologi si fermavano al passo Gardena, il confine esterno della valle. Dentro contavano altre unità di misura. I passi, le balle di fieno, i litri di latte, i tramonti, le albe, i respiri, i battiti dei cuori che salgono e scendono per i fianchi nudi dei monti, l’intervallo fra una nube e la successiva, fra un fulmine e il suo tuono gemello. Il tempo lì era sporco, terreno, era il tempo verticale degli strati alti dell’atmosfera che incontra il tempo orizzontale dei tetti e delle strade. Accese una lanterna e si mise in cammino. Il sentiero scivolava sotto le ombre mobili prodotte dalla luce, gli alberi intorno si chiudevano come guardiani, a schermare il debole bagliore di una luna lontana. Dal fondo della valle avrebbe impiegato quasi due ore per raggiungere lo chalet. La ghiaia scivolava leggera sotto le suole dei vecchi scarponi. Ai lati del sentiero, gli ultimi funghi tardivi crescevano, in segreto, nella notte. Il vento componeva melodie usando le cortecce come strumenti. Ma il resto era immerso in un silenzio pauroso, come a ricordargli la sua separazione dalle altre vite della valle. Johann non apparteneva fino in fondo a quel luogo. Era un pastore, con mansioni da pastore. Viveva i ritmi, le tradizioni, le giornate di un pastore. Quello era il mestiere di suo padre, e di suo nonno, e di generazioni perdute prima di loro che ora erano ossa, corteccia e terra. Eppure la intravedeva, quell’altra vita veloce, la vita aerea che passava nei 747 che volavano vicini, dieci chilometri sopra la sua testa, la vita elettrica che s’accendeva nel ronzio dei tubi catodici appesi nei bar assonnati di Corvara, la vita straniera delle chiacchiere alzate dai turisti che arrivavano per l’estate e scomparivano quando le foglie diventavano rosse, e per qualche settimana catapultavano in avanti la valle con le novità che portavano da fuori, come un orologio dimenticato in un cassetto, dalle pile scariche, che viene acceso una sola volta all’anno. Johann sentiva di appartenere ai boschi e alla roccia almeno quanto al cielo, a quelle nuvole veloci e fiere che superavano anche le vette più alte e si dirigevano verso mondi nuovi. D’un tratto il sentiero si aprì e la strada s’impennò in una salita talmente ripida che Johann dovette usare le mani per aggrapparsi e non scivolare. Le correnti si alzarono improvvisamente, tutte insieme, approfittando della fine della foresta. La lanterna sbatacchiò sfiorando rocce aguzze, ma Johann non se ne curò. Aveva fatto quel percorso centinaia di volte. Apparve un ponticello sospeso, poco lontano. Johann lo raggiunse. Era vecchissimo, le assi di legno mangiate dai decenni e dalla pioggia, con ampi buchi tra una e l’altra. Era lungo un centinaio di metri, e s’appendeva all’estremità di un costone verticale. Era una delle più antiche vie d’uscita dalla valle, ed era riportato solo dalle guide alpinistiche più datate. Tenendosi ai fili d’acciaio, Johann si sedette sulla prima asse di legno che si muoveva avanti e indietro con forza. Lasciò andare le mani e chiuse gli occhi. Oltre, si apriva un abisso. Una ventata lo sospinse di colpo in avanti, inclinando il ponte su un lato. Johann si trovò d’un tratto a mezz’aria. Poi, in un movimento violento, riafferrò il cavo metallico e l’attirò a sé, le mani graffiate e il cuore veloce. Si rialzò in piedi, un ricordo negli occhi pieni di vento.

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4.

“È solo un ponte,” disse una voce lontana. “Leo, non farlo.” La pioggia scompigliava ogni cosa. I capelli gocciolavano sugli occhi dei due bambini, le loro giacche impermeabili troppo grandi erano percorse da rivoli d’acqua. Leonard fece un primo passo, saggiando le assi sconnesse del ponte. Si voltò indietro verso suo fratello, gli occhi lucidi mascherati dal diluvio. “Non farlo,” ripeté Johann. Leonard fece un altro passo, sempre saldo ai corrimano metallici che sbatacchiavano gridando contro il vento e l’acqua. Da qualche parte, un tuono fece vibrare le fondamenta della montagna. “Leo, torniamo a casa, ti prego!” Johann scoppiò in singhiozzi, era congelato e incapace di muoversi. “Voglio vedere la valle di là,” urlò Leonard per sovrastare la voce della pioggia. “Voglio uscire di qui!” Aveva qualche anno più di Johann, i capelli lunghi, i primi accenni di barba sul volto, lentiggini rarefatte. Johann lo ammirava con tutto se stesso: Leo sapeva fare ogni cosa, Leo non aveva paura di niente, Leo era sorprendente come il coltellino svizzero con cui intagliava nel legno piccole meraviglie. E mamma e papà si fidavano di lui. Ma quella mattina era diverso. Leo stava facendo qualcosa di nascosto. Lo aveva sentito vestirsi nel buio, mentre da fuori arrivava il rombo del temporale. “Andiamo.” Johann era scivolato fuori dal letto, si era messo il maglione di lana spessa sopra il pigiama e lo aveva seguito. Ora, mentre la pioggia lo inzuppava, Johann cominciava a battere i denti. “Leo, ti prego. Torniamo a casa. Ho freddo…” “Johann, io devo andarmene da qui.” “Ma perché? Cosa c’è che non va?” “Tu sei troppo piccolo! Ora ti sembra che le montagne ti proteggano, e invece non fanno altro che toglierti la vista del mondo là fuori… E io voglio vederlo.” Johann era impietrito, suo fratello non gli aveva mai parlato così. Leo fece un altro passo: “Se me ne vado per la strada asfaltata, prima o poi papà mi trova e mi riporta qui. E invece io voglio essere libero!” Un altro passo ancora. L’assicella tremò, s’inclinò, si spezzò. Leonard scivolò nel buco. Non ci fu nemmeno un grido. Su tutti i suoni della natura, salì l’eco di un colpo secco, come un libro che cade sul pavimento. Poi la pioggia riprese la sua orchestra d’acqua. Pioveva nel buco del ponte. Pioveva sulle pendici del monte. Ma poco più in alto, dall’altro lato della passerella ormai inutilizzabile, un cervo si ergeva sotto la pioggia, immobile sopra una roccia. Johann sbatté le palpebre per proteggersi dal diluvio. Come rialzò gli occhi, il cervo non c’era già più.

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